Africa, affare del secolo

Africa, l’affare del secolo

Mentre gli esperti fanno congetture su quella che sarà la crescita globale nel 2018 e oltre, pochi si soffermano sull’Africa.

Il continente comprende 54 Paesi che hanno un andamento economico molto differente. Nel 2016, il reddito nazionale lordo pro capite andava dai 280 dollari del Burundi ai quasi 15.500 delle Seychelles.
Tra i Paesi con i peggiori risultati economici figurano ai primi posti quelli dilaniati dalle guerre e dai conflitti, come il Sud Sudan. Ma il continente vanta anche alcune delle economie mondiali in più rapida crescita: Costa d’Avorio, Etiopia, Ruanda, Tanzania e Senegal. Inoltre, fanno parte del continente circa 30 Paesi a medio reddito, la cui classe media – stimata intorno ai 300 milioni di persone – è in forte espansione.
Uno studio di McKinsey & Company mostra che il tasso di rendimento sugli investimenti esteri è più alto in Africa che in qualsiasi altro Paese in via di sviluppo. Eppure, solo una minima parte dei flussi mondiali di investimenti esteri diretti è destinata a confluire in Africa.
Una delle ragioni principali è la percezione che il contesto imprenditoriale in Africa sia poco dinamico. La realtà, però, non è così. Malgrado un livello di riscossione delle imposte perlopiù debole, l’Africa genera introiti e altre entrate fiscali per 500 miliardi l’anno – più di dieci volte gli aiuti esteri che il continente riceve annualmente.
Pur così, il continente spende oltre 300 miliardi di dollari l’anno per importare beni che potrebbe produrre internamente a basso costo e restando competitivo, se le sue strategie di industrializzazione si concentrassero sulla promozione di industrie con un vantaggio competitivo.
Creare un quadro finanziario per convogliare l’eccesso di risparmio dal Nord del mondo verso il Sud del mondo, con le sue redditizie opportunità di investimento, sarebbe un vantaggio per tutti, dai Paesi africani bisognosi di finanziamenti, agli investitori privati in cerca di opportunità, fino alle economie avanzate alla ricerca di nuove fonti di domanda di esportazioni. La soluzione sarebbe quella di puntare sulle industrie africane più competitive e a largo impiego di manodopera, supportandole non solo con del denaro, ma anche attraverso istituzioni come le banche di sviluppo, i parchi industriali e le agenzie che forniscono infrastrutture di certificazione e qualità.
Con l’ausilio di politiche adeguate, l’industrializzazione in Africa contribuirebbe ad aumentare la produttività, anche stimolando il progresso tecnologico e l’innovazione, creando al contempo posti di lavoro più qualificati nel settore formale e aumentando il reddito medio e i consumi interni. Inoltre, promuoverebbe collegamenti tra i settori agricolo e dei servizi, le economie rurali e urbane, e tra i consumatori, gli intermediari e le industrie dei beni strumentali. Infine, rendendo i prezzi delle esportazioni manifatturiere meno volatili e soggetti a deterioramento nel lungo periodo rispetto a quelli dei beni primari, l’industrializzazione aiuterebbe i Paesi a rifuggire dalla dipendenza dalle esportazioni di materie prime.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido) stima che l’aumento della quota del Pil rappresentata dal settore manifatturiero in Africa e nei Paesi meno sviluppati potrebbe portare a uno shock di investimento positivo complessivo di circa 485 miliardi di dollari, e a un aumento dei consumi delle famiglie di circa 1.400 miliardi di dollari.
L’Africa, dunque, è un po’ come una gallina dalle uova d’oro che aspetta, e gli investitori più scaltri non tarderanno ad accorgersene.

Africa’s Century

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